“Questa non è lʼItalia”.

Questa non è lʼItalia” di Alan Friedman.
Collana “Controcorrente”, Volume numero “150”.

Disponibile in formato cartaceo ed in formato EBook.
Argomenti: Saggistica; pagine: 320; ISBN-EAN13: 9788822733801.
Libro edito dalla Newton Compton Editori.

a cura di Benedetto Loprete

Libro molto interessante per il modo approfondito e dettagliato in cui gli argomenti ed i temi sono stati proposti ed esplicati al lettore disaminando e discutendo su questioni e materie particolarmente delicate e complesse. In “Questa non è l’Italia” Alan Friedman analizza la situazione particolare in cui si è trovata l’Italia a seguito dell’esito delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 e di quanto poi accadde nel corso dei mesi successivi con l’insediamento del primo governo guidato dal Professor Giuseppe Conte in cui per darne e per favorirne gli equilibri si sono alleati e coordinati la Lega Nord di Salvini ed il Movimento Cinque Stelle e delle elezioni europee del 26 maggio 2019.

Storie segrete e verità shock dietro il nuovo volto del nostro Paese.

Con un accattivante taglio saggistico-narrativo Alan Friedman ci racconta in tempo reale quali sono i maggiori cambiamenti cui sta andando incontro il nostro Paese. L’autore, uno dei più attenti e autorevoli osservatori delle dinamiche politico-economiche di casa nostra, ci guida attraverso i temi caldi del momento per districarci tra le innumerevoli informazioni da cui ogni giorno veniamo raggiunti, separando il grano dal loglio. La situazione attuale è molto critica e tante sono le questioni su cui riflettere o interrogarsi. L’immigrazione è veramente un’emergenza nazionale? Le regole della moneta unica possono essere realmente riviste? Il nostro sistema bancario è solido? Quanto è affilata la spada di Damocle del nostro debito pubblico? Rischiamo un’altra crisi? Nella sua lucida analisi, Alan Friedman non ferma il proprio sguardo all’interno dei confini dello stivale, ma si spinge oltre, guardando al futuro dell’Europa, alle mutevoli dinamiche geopolitiche e alle travagliate relazioni tra l’Europa e la Russia, la Cina e gli Stati Uniti di Donald Trump. E le conclusioni potrebbero essere sorprendenti. Un’analisi a tutto tondo del nostro Paese dove, come è successo con il bestseller “Ammazziamo il Gattopardo”, l’autore è capace di mettere a fuoco le questioni che più stanno a cuore ai lettori, dando risposte semplici e chiare. Senza lasciare spazio a inutili catastrofismi, perché le ricette ci sono e basta solo seguirle. Un libro divulgativo che non mancherà di suscitare polemiche tra i detrattori della verità e tra tutti coloro che pensano che gli italiani abbiano ancora voglia di essere manipolati per favorire il successo personale di pochi a discapito delle sorti del Belpaese.

“Questa non è l’Italia” è l’ultimo libro scritto da Alan Friedman dopo “Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi” e “Dieci cose + 2 da sapere sull’economia italiana” in cui a seguito delle ultime elezioni politiche svoltesi il 4 marzo 2018 i cui risultati determinarono l’affermazione del centro-destra come coalizione più votata, con circa il 37% delle preferenze, mentre la singola lista più votata, il Movimento 5 Stelle conseguì oltre il 32% dei voti.

Il voto è stato regolamentato dalla legge elettorale italiana approvata nel 2017, disposizione soprannominata “Rosatellum bis”, il sistema introdotto dalla legge n. 165 del 3 novembre 2017 e comunemente nota come “Rosatellum” o “Rosatellum bis”, dal nome del suo ideatore Ettore Rosato e fu applicata per la prima volta alle consultazioni politiche per l’elezioni dei Deputati alla Camera dei Deputati e dei Senatori al Senato della Repubblica.
L’affluenza in Italia si è attestata al 72,93% per la Camera dei deputati e al 72,99% per il Senato, in calo di circa il 2,3% rispetto alle elezioni del 2013, risultando la più bassa registrata nella storia repubblicana italiana dal 1948.

Quale futuro dobbiamo aspettarci dal governo gialloverde per il nostro Paese?

Quale futuro dobbiamo veramente aspettarci per il nostro Paese? Capire come funziona l’economia è fondamentale se vogliamo comprendere i meccanismi che regolano i rapporti tra noi e lo Stato e prendere le giuste decisioni per la nostra famiglia e per il nostro futuro. Nel corso di “Dieci + 2 cose da sapere sull’economia italiana” e di “Dieci cose dapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi” Alan Friedman pose una serie di domande con un linguaggio comprensibile, lontano da quello degli addetti ai lavori, indispensabile per tutti coloro che non vogliono essere più strumentalizzati dagli imbonitori della politica offrendo nel corso di un’analisi dettagliata numeri, cifre e statistiche reali e nuove previsioni per rispondere con la verità dei fatti a chi promette facili soluzioni, per controbattere ai politici che lanciano proclami e mentono su questioni importantissime:
• Perché l’Italia non cresce più? Perché non crea più posti di lavoro?
• Perché gli italiani sono i più tassati d’Europa?
• Di quale politico italiano ci si può fidare di più?
• Ma il cambiamento che ci aspetta porterà benefici nelle tasche degli italiani?

La prima fase della campagna elettorale era stata contraddistinta, in contrasto agli onerosi programmi annunciati dai partiti, dall’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la presentazione di proposte realistiche e concrete durante il tradizionale messaggio di fine anno, in cui aveva anche espresso l’auspicio per un’alta partecipazione al voto, rivolgendosi in particolare ai giovani.

Il principale punto delle proposte del centrodestra era stata una riforma fiscale basata sull’introduzione di una flat tax, per Berlusconi inizialmente basata sull’aliquota corrente più bassa (23%) con una no tax area innalzata a 12.000 Euro, procedendo poi a una futura riduzione graduale dell’aliquota, da Salvini invece auspicata da subito al 15%; si trattava secondo quanto sarebbe stato possibile apprendere da Il Sole 24 ORE di una misura dal costo di 25 miliardi l’anno se calcolata al 20% o fino a 40 miliardi se abbassata al 15%, per i proponenti cifre che sarebbero state finanziate dagli effetti positivi sull’economia e una forte riduzione delle detrazioni.

Nicoletta Cottone nel corso dell’articolo intitolato “Flat tax: si parte nel 2019 da imprese, partite Iva e famiglie numerose” pubblicato su “Il Sole24Ore Video” illustra e esplica come «la “flat tax è un modello fiscale basato su un’imposta unica sui redditi, con aliquota piatta. È applicata in molti paesi dell’Est. Dove nasce: nel 1956 l’economista Milton Friedman propose un’aliquota fissa al 33% negli Stati Uniti e no-tax area per i meno ricchi. Il Governo M5S-Lega punta a una doppia aliquota con 4 scaglioni modulati in base alle deduzioni. In Italia non è possibile l’aliquota unica perché in base all’articolo 53 della Costituzione il sistema tributario è basato su criteri di progressività. Dal 2019 si parte da imprese e partite Iva e si punta a far decollare anche una versione leggera dell’Iri: obiettivo tagliare 9 punti. Attualmente in Italia per le imprese è in vigore l’Ires, una flat tax al 24% che interessa 1,2 milioni di imprese. Per le famiglie si partirà nel 2019 da quelle numerose. Per le altre l’azione si completerà nel 2020: 15% per redditi familiari fino a 80mila, 20% oltre. Deduzione fissa di 3mila euro ai componenti della famiglia sotto i 35mila euro. Solo per quelli a carico fra 35-50mila euro. Nessuna deduzione per redditi superiori».

Forza Italia aveva anche proposto la cancellazione dell’IRAP, l’aumento delle pensioni minime a 1.000 Euro, l’introduzione di un “reddito di dignità” per combattere la povertà, decontribuzioni sulle assunzioni giovanili, modifiche alla legge Fornero sulle pensioni e la promozione di un piano Marshall Europeo per l’Africa, complessivamente si trattava di un programma da almeno 100 miliardi di Euro, che i proponenti prevedevano di finanziare con un taglio alle agevolazioni fiscali, ai “cattivi” trasferimenti alle imprese, dalla lotta all’evasione, dalla chiusura dei contenziosi tra stato e contribuenti, dalla valorizzazione beni confiscati alle mafie e dalla “spending review”.

Durante la campagna elettorale Berlusconi aveva inoltre riproposto la formula del contratto con gli italiani, con cui prometteva di lavorare con il futuro premier per portare il tasso di disoccupazione sotto la media Europea (8,7%) entro fine legislatura, e, a pochi giorni dal voto aveva proposto Antonio Tajani come figura per guidare la coalizione al suo posto dopo il voto, vista la sua impossibilità a potersi candidare ed essere eletto in seguito alle note vicende giudiziarie in cui era coinvolto e per effetto dei divieti conseguenti all’applicazione della legge “Severino”.

La Lega attraverso il leader Salvini, oltre la flat tax al 15%, aveva proposto la sostituzione integrale della legge “Fornero” e la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, la “rottamazione” delle cartelle esattoriali per i contribuenti in difficoltà, l’abolizione del limite all’uso del contante e la regolarizzazione della prostituzione, proponeva anche una riforma sanitaria basata su centri sanitari diffusi, visionando gli ospedali come i punti centrali in cui si curano solo le fasi acute, l’istituzione di una scuola di formazione per la dirigenza sanitaria pubblica e politiche ambientali basate su modelli di economia verde e circolare. In tema di sicurezza Salvini si era inoltre detto favorevole alla castrazione chimica per chi abusa di minori e per chi reitera il reato di violenza sessuale ed alla reintroduzione della leva obbligatoria, proposta non approvata e respinta dall’allora Ministro per la Difesa Elisabetta Trenta quando fu avanzata da Salvini.

Il Movimento 5 Stelle aveva presentato un programma tra i cui punti principali spiccava l’introduzione di un reddito di cittadinanza, nella misura di 780 Euro alle famiglie composte da una sola persona e 1638 Euro alle famiglie con due figli, valori le misure si attesteranno fino e non oltre alla concorrenza delle suddette entità anche in maniera concomitante con le provvidenze della REI, misura i cui effetti sarebbero costati alle casse pubbliche tra i 15 e i 20 miliardi l’anno; il taglio del debito pubblico di 40 punti in rapporto al PIL nell’arco di due legislature, obiettivo per cui era previsto un valore di circa 70 miliardi l’anno; alcuni incentivi per l’occupazione giovanile; un taglio delle pensioni superiori 5.000 euro netti non basate interamente sul metodo contributivo; la riduzione delle aliquote dell’IRPEF e l’estensione della “no tax area”; l’aumento delle spese destinate al welfare familiare dall’1,5 al 2,5% del PIL, equivalente a maggiori spese per 17,5 miliardi; una legge costituzionale che obblighi i parlamentari a dimettersi qualora avessero inteso cambiare partito. Il leader del movimento aveva anche promesso una forte semplificazione legislativa, in tema ambientale prevedeva inoltre di bloccare la costruzione di nuove discariche e di nuovi inceneritori per i rifiuti e la chiusura di quelli esistenti, bloccare le trivellazioni per l’estrazione del gas e del petrolio, limitare le nuove edificazioni ed incentivare la mobilità sostenibile, in particolare l’uso di mezzi pubblici e biciclette.

Per finanziare tali progetti il partito di Di Maio contava di recuperare fino a 50 miliardi dal taglio di sprechi e privilegi e ricorrere, almeno inizialmente, anche ad un aumento del deficit, se fosse stato necessario non rispettando quindi il patto di stabilità dalle cui norme era imposto di non chiudere il bilancio con un disavanzo superiore al 3% del PIL, il prodotto interno lordo, contando poi di migliorare i conti sul lungo periodo grazie ai frutti degli investimenti effettuati, l’Università Cattolica del Sacro Cuore aveva stimato un costo complessivo del programma pari a 64 miliardi di indebolimento del bilancio primario, per cui sarebbe stato determinato un effetto cumulato pari a 205 miliardi di euro in cinque anni.

Fratelli d’Italia attraverso la Meloni aveva proposto asili nido gratuiti, un assegno da 400 Euro mensili per i nuovi nati fino al sesto anno di età, congedi parentali retribuiti all’80% fino al sesto anno dalla nascita, aumento di stipendi ed equipaggiamenti alle forze dell’ordine, maggiore uso dell’esercito come misura di contrasto alla criminalità, una nuova legge sulla legittima difesa, l’abolizione degli sconti automatici delle pene, l’eliminazione dei test di ingresso universitari sostituendoli con una selezione da effettuare dopo il primo anno accademico sul modello delle università francesi e, similmente alla Lega, una maggiore lotta all’immigrazione clandestina.

Il programma del PD proponeva tra i punti principali l’introduzione di un salario minimo orario di 10 Euro, misura che avrebbe interessato il 15% dei lavoratori, ovvero coloro che non rientravano nei contratti collettivi nazionali; un taglio del cuneo contributivo per i contratti a tempo indeterminato (dal 33 al 29%); un assegno di ricollocamento per tutti i disoccupati; l’estensione delle esistenti detrazioni fiscali sui figli a carico minorenni fino a 240 Euro mensili, in misura graduata rispetto al reddito e all’età del figlio; un bonus di 400 Euro per i bambini fino a tre anni da utilizzare per baby-sitter e asili nido; l’introduzione di una sorta di patente fiscale a punti per scoraggiare l’evasione; una nuova legge sullo “ius soli” al fine di far ottenere la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati regolari e ai minori immigrati in Italia entro il dodicesimo anno di età, purché avessero frequentato almeno un ciclo di studio per cinque anni o seguito un percorso di istruzione e formazione professionale.

Quanto ai costi, il programma del Partito Democratico prevedeva l’adozione di misure espansive per un totale di 38 miliardi di Euro e il mantenimento del livello di avanzo primario al 2% fino a dieci anni, determinando – secondo i calcoli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – un effetto cumulato di aumento del debito pubblico pari a 122 miliardi di Euro in cinque anni.

Liberi e Uguali aveva avanzato proposte sul diritto allo studio, proponendo in particolare la cancellazione delle tasse universitarie per gli studenti che sostengono gli esami in modo regolare, sulla lotta alla criminalità e sulla reintroduzione di tutele per i lavoratori eliminate dal “Jobs Act”. Tra i punti principali figurava anche il lancio di un “Grande Piano Verde” per il contrasto al dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza degli edifici pubblici, da finanziare anche con l’introduzione di una “carbon tax”. In tema tecnologico il partito si dichiarava in difesa della neutralità della rete, mentre in tema di diritti civili proponeva una riforma del diritto di famiglia per raggiungere una piena equivalenza per le coppie LGBT con un unico istituto matrimoniale, e la concessione della cittadinanza ai nati in Italia da genitori stranieri e agli immigrati di minore età che avessero completato almeno un ciclo di studi.

La classe politica italiana ci sta conducendo sull’orlo del baratro.
Riusciremo ad aprire gli occhi prima di precipitare?

Alan Friedman pone a questo punto alcune domande a fronte dei risultati delle elezioni europee svoltesi lo scorso 26 maggio 2019:
• Quale significato dare al risultato delle ultime elezioni europee?
• Quella dell’immigrazione è davvero un’emergenza?
• Quali saranno le conseguenze sull’economia italiana dell’addio di Mario Draghi alla Banca Centrale Europea?
• Quali le prospettive future per lavoro e crescita nell’era del populismo?
• Le politiche economiche del governo giallo-verde sono un successo o un fallimento?

Prologo.

«Mario Draghi sta facendo gli scatoloni.
Con un piccolo sforzo di fantasia e un pizzico di immaginazione non è difficile vederlo. Provate a figurarvelo, quest’uomo di settantadue anni, posato e dal fisico asciutto, dotato di un’intelligenza acuta e un carattere schivo, impeccabile nel suo completo a righe abbinato a camicia bianca e cravatta scura.
Immaginate che oggi sia il 31 ottobre 2019, l’ultimo giorno del mandato di Draghi come presidente della Banca Centrale Europea. Provate a figurarvelo lì, ora, in piedi, nel suo ufficio.
Quali saranno i suoi pensieri, mentre si prepara a lasciare il luogo in cui ha passato buona parte dell’ultimo decennio? Quante battaglie! Quante crisi! Quanti momenti di tensione drammatici ai vertici dell’economia europea e mondiale, fianco a fianco con i più grandi leader del pianeta. Mario Draghi, immancabilmente presente sul palcoscenico globale a ogni G7 e G20, a ogni summit europeo.
Il Presidente Draghi. La personalità più importante dell’unione monetaria, il vero, autentico custode dell’euro, odiato dai populisti, rispettato e temuto dal mondo finanziario, l’uomo che per lunghi anni ha spostato i mercati dall’epicentro della valuta unica. Colui che ha avuto il potere di decidere quanto denaro stampare, fissare i tassi d’interesse, influenzare i mutui e gli interessi bancari per più di 340 milioni di cittadini e aziende di ben 19 diverse nazioni.
Cosa passa per la testa di questo navigato banchiere mentre sta per lasciarsi tutto alle spalle? Mentre contempla il suo ufficio di Francoforte per l’ultimissima volta?
Forse pensa che non prenderà più l’ascensore che lo portava in pochi secondi alla grandiosa sala riunioni del quarantatreesimo piano, dove si tengono gli incontri mensili in cui si determinano le politiche della BCE. Perché è lì, sotto una cupola di vetro così alta da fendere quasi le nuvole, in quella stanza gigantesca con una vista maestosa su Francoforte, che si riunisce il consiglio che governa la Banca Centrale. È lì che vengono prese le decisioni fondamentali.
O forse rammenta il giorno in cui la sua avventura europea ebbe inizio, il primo novembre 2011, quando il suo predecessore, il francese Jean-Claude Trichet, gli passò il calice avvelenato: una pericolosissima e galoppante crisi finanziaria. Magari ricorda con fierezza come riuscì a imporsi in quella circostanza, nel bel mezzo della tempesta, con la sua tipica determinazione pacata ma efficace. Fin dalla prima riunione del consiglio della BCE, che si tenne solo quarantotto ore dopo il suo arrivo al comando, quando subito iniziò a tagliare i tassi di interesse, con una brusca inversione di marcia rispetto alla politica monetaria adottata fino a quel momento.
Draghi non è mai stato un beniamino dei prussiani, né mai molto amato dai falchi tedeschi. All’inizio del suo mandato, il tabloid “Bild” era scontento del fatto che un italiano fosse stato nominato a capo della Banca Centrale Europea.
Per ricordare al signor Draghi la frugalità prussiana e dissuaderlo dall’impostare una politica espansiva basata sull’inflazione, la redazione del quotidiano gli inviò allora in regalo un Pickelhaube originale, un gesto dal significato simbolico. Il neopresidente lo accettò di buon animo, ma in seguito fu accusato nuovamente di essere tutt’altro che parsimonioso nelle sue manovre monetarie, di sprecare i soldi dei contribuenti tedeschi per salvare la prodiga Grecia. In Germania, c’è chi non ha mai accettato il Quantitative Easing, una delle iniziative che più segneranno il lascito di Draghi, ovvero l’iniezione di oltre 2600 miliardi di euro di liquidità nel sistema finanziario europeo, effettuato dal 2015 in poi, in gran parte per stabilizzare il sistema bancario. Attraverso questa colossale operazione, Draghi ha inoltre tenuto i tassi di interesse a zero, o comunque vicini allo zero, permettendo così a industrie e governi pesantemente indebitati di respirare un po’ durante gli anni della crisi. Ma non appena ha iniziato a mettere a punto il suo piano di acquisti massicci di bond governativi, il “Bild” ha protestato duramente, sostenendo che i soldi dei tedeschi non sarebbero dovuti finire nelle casse di «Stati bancarottieri». Ha persino chiesto a Draghi di restituire il Pickelhaube. Eppure, negli ultimi giorni del suo mandato, il copricapo prussiano a punta è ancora lì, sulla parete dell’ufficio nel quartier generale della Banca Centrale Europea di Francoforte.
Le decisioni prese da Draghi hanno avuto un impatto davvero significativo sulle nostre vite. Hanno mantenuto i tassi bassi per diversi anni e aiutato l’Italia a pagare gli interessi del suo gigantesco debito pubblico, nonostante le difficoltà derivate dalla recessione e dalla crisi. La nostra amata Italia è seduta sopra a una bomba a orologeria, ed è stato proprio Mario Draghi, più di qualsiasi politico, banchiere e uomo d’affari, a permetterci di evitare un’implosione economica nel corso degli ultimi otto anni.
Dal 2011 nessun leader, nel nostro Paese o in Europa, è stato più importante per l’Italia, per la sua economia e per il benessere del suo popolo. Nessuno ha fatto di più per salvare l’economia mondiale ed europea, per salvaguardare l’euro e la stabilità del sistema bancario. Quando la Storia avrà giudicato la sua opera, Mario Draghi finirà probabilmente nel pantheon di grandi statisti europei come Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, François Mitterrand, Konrad Adenauer, Helmut Schmidt, Helmut Kohl e Angela Merkel.
Sì, è così importante. Il suo operato è stato determinante per la stabilità dell’Europa dei primi anni del Ventunesimo secolo e per la resurrezione delle maggiori economie del continente, dopo la peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande depressione del 1929.
Per coloro che comprendono come funziona davvero il mondo, Draghi è stato effettivamente l’angelo custode del suo Paese. L’uomo che ha salvato l’euro e l’economia italiana tra il 2011 e il 2019. È per questo che è ora di incrociare le dita e pregare che Christine Lagarde, designata a succedergli in un’economia globale con caratteristiche assai diverse, in circostanze profondamente mutate, e nel contesto di un’Europa che ha cambiato volto, si riveli degna del lascito del suo predecessore e riesca a portare avanti il lavoro di cruciale importanza che quest’ultimo ha compiuto nel corso degli anni – un’opera che è stata fondamentale per proteggere e preservare l’intera Eurozona, e l’Italia in particolare, in una lunga fase di instabilità politica e stagnazione economica.
Questo periodo di grave incertezza fa parte del nuovo “disordine mondiale”, sorto non solo a causa della crisi e di una prolungata fase di recessione e sofferenze finanziarie, ma anche per l’influsso di forze molto più profonde e dirompenti che plasmano il mondo odierno. Le forze del populismo sovranista, che si nutrono del malcontento sociale ed economico.
L’Italia ha alle spalle un decennio perduto, durante il quale ha subito una grave perdita di produzione dell’industria e sofferto a causa delle complesse problematiche nate con la globalizzazione. Numerose sono state le delocalizzazioni, che hanno impoverito il territorio; la mancanza di una crescita reale dei salari netti ha diminuito il potere d’acquisto della classe media e la disoccupazione ha raggiunto livelli aberranti, mentre oltre cinque milioni di italiani si ritrovano a vivere sotto la soglia di povertà. Tutto questo contribuisce a spiegare la rabbia e la paura di ampie fasce della popolazione, lo stesso disagio che si osserva in buona parte dell’Occidente. Quello che succede qui accade ovunque, ma il Belpaese è stato forse colpito con maggiore durezza.
Gli italiani hanno un fardello ulteriore da portare sulle spalle: quell’altissimo debito pubblico creato da Andreotti e Craxi, dai politici della Prima e della Seconda Repubblica, e che continua a crescere anche adesso, con l’attuale governo. È un gravame brutale e schiacciante, una terribile eredità per i nostri figli che nascono già, ognuno, con 38mila euro di debito a testa. L’Italia vive un’epoca di notevole irrequietudine sociale e politica: una benedizione per i demagoghi, che possono facilmente canalizzare il malcontento a beneficio dei loro partiti. Promettono soluzioni facili e miracolose creando capri espiatori a cui poter addossare la colpa di tutto ciò che non va: gli immigrati, gli intellettuali, l’Europa, le banche, George Soros, l’establishment. Fanno crescere ancora più rabbia e frustrazione grazie alla loro retorica incendiaria, promettendo di sistemare tutto con uno schiocco delle dita – così, in un attimo! –, di cancellare le storture del passato, abolire la povertà e azzerare i vertici della classe dirigente. Assicurano che il futuro che ci aspetta sarà bellissimo e che solo loro sanno come fare per risollevare le sorti del Paese, basta fidarsi, basta votarli.
Il problema è che il Paese oggi è messo male. L’Italia si trova a dover affrontare una miriade di sfide e pericoli, e in buona parte sono problemi che si è creata da sola. Con le elezioni di maggio, il Parlamento europeo è diventato più frammentato, ma l’Italia si trova comunque in minoranza. Nonostante questo, nella visione dell’uomo forte dell’esecutivo gialloverde è cominciata una nuova partita: la battaglia per l’anima del Vecchio Continente. Ma Salvini non troverà grande soddisfazione nella Commissione di Ursula von der Leyen. E anche se Lagarde sarà disposta a tenere bassissimi i tassi di interesse, e di conseguenza il livello dello spread, non è di certo una persona incline a fare sconti a un governo irresponsabile nella gestione dei conti pubblici. Né la BCE a guida francese né la Commissione a guida tedesca offriranno la chiave di volta che cerca il leader leghista.
Il nuovo esecutivo europeo non salverà l’Italia. Solo l’Italia può salvare l’Italia»
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Tempesta in arrivo.

«Il mondo che Draghi si sta lasciando alle spalle è radicalmente cambiato rispetto a quando si era insediato alla BCE, nel 2011. Politicamente, l’Europa è molto meno coesa. I populisti sovranisti ed euroscettici non hanno riportato le grandi vittorie sperate alle europee del maggio 2019, ma le forze moderate che mantengono la maggioranza risultano indebolite in un’Europa più frammentata. L’Italia, come tutta l’Unione del resto, si trova ad affrontare un momento epocale, storico: è di fronte a un bivio di importanza cruciale. Quella che è in corso è una battaglia campale che divampa per tutta l’Europa. In palio c’è l’anima del Vecchio Continente, una sfida tra i populisti dell’estrema destra e i moderati del centro, coloro che ancora credono nei principi della nostra democrazia – le forze del centrosinistra, del centrodestra, dei liberali. Fiaccati e divisi, ma ancora maggioritari se calcolati tutti insieme.
L’unica similitudine tra l’autunno del 2011 – l’alba dell’era Draghi – e quello del 2019 è la debolezza dell’economia italiana, che all’epoca vedeva un aumento del PIL pari a un misero 0,5 per cento mentre oggi è tornata a zero, trascinando il Paese verso un prolungato periodo di stagnazione. Una condizione economica da cui fatica a riemergere, ed è molto improbabile che nell’immediato futuro il prodotto interno lordo torni a crescere in modo significativo, sempre ammesso che cresca. Ieri come oggi lo spread, cioè la differenza dei tassi di interesse pagati dall’Italia per i suoi BTP decennali rispetto a quelli pagati dalla Germania per i suoi Bund di uguale durata, resta elevato, nonostante si sia ridotto a seguito della manovra correttiva varata dal governo gialloverde e alla tregua con Bruxelles. Nell’autunno del 2011 lo spread aveva superato i 500 punti, mentre il governo Berlusconi vacillava, fino al collasso di novembre. Otto anni dopo, lo spread è più basso, sì, ma è pur sempre superiore rispetto a prima della vittoria gialloverde alle nazionali. Prima che il nuovo esecutivo partisse a tutta birra con la sua politica economica basata sul deficit. Prima della campagna elettorale a base di retorica, incentrata su un fiume ininterrotto di insulti contro l’Europa, l’euro, gli investitori, le banche, i mercati finanziari, le agenzie di rating, il Fondo monetario internazionale, la BCE e il resto del mondo civilizzato. Se copri di ingiurie il direttore della filiale della tua banca è abbastanza improbabile che gli venga la voglia di darti un nuovo prestito.
Oggi l’economia italiana è stagnante. La gente è scontenta. Il governo è confuso. Le misure intraprese non hanno creato nuovi posti di lavoro e non hanno contribuito a stimolare né la domanda interna né la crescita del PIL. Tutte le previsioni della Lega e dei 5 Stelle in materia economica sono state smentite. La promessa di raccogliere 18 miliardi con privatizzazioni e dismissioni è stata infranta. Il reddito di cittadinanza e il provvedimento per il pensionamento anticipato chiamato Quota 100 non hanno aiutato l’occupazione e nemmeno i consumi, ma solo messo in forte allarme i mercati finanziari, oltre ad aver appesantito il già gravoso fardello del debito pubblico. Il governo gialloverde ha fatto crescere il debito e il deficit e danneggiato i conti pubblici: così facendo ha minato quel poco di credibilità che l’Italia ancora conservava agli occhi degli investitori stranieri, lasciandone solo un pallido ricordo.
Gli attacchi del governo al progetto europeo non si incentrano quindi solo sulle politiche economiche e su Maastricht, ma rispecchiano proprio una visione diversa del mondo. Una prospettiva sovranista e distorta, attraverso la quale diventa naturale schierarsi con autocrati destrorsi come Putin e con populisti di destra come Trump e Orbán. E in tutto questo ci sono ben poche prove – per usare un eufemismo – che questa nuova politica estera abbia portato al Paese un qualche vantaggio tangibile.
I cambiamenti radicali che si sono verificati da quando il governo Conte ha preso le redini del Paese, nel giugno del 2018, hanno avuto anche un impatto sociale e culturale.
Hofstadter sostiene che, se si vuole comprendere il successo dei movimenti populisti nel corso della Storia, bisogna osservare la loro strategia tipica, che consiste nell’incoraggiare la paranoia di massa e gli attacchi rivolti alle élite.
In tempi normali, i populisti restano ai margini della società, ne rappresentano solamente una piccola parte. Ma in presenza di gravi crisi o traumi collettivi, come una guerra o una depressione economica, questi gruppi minoritari possono trasformarsi in movimenti politici di massa, e diventare così la maggioranza, è quanto accaduto negli anni Trenta in Europa in seguito alla crisi del 1929, o negli USA degli anni Cinquanta durante la Guerra fredda e quanto è accaduto in Italia nel marzo del 2018.
Per decifrare le cause della nostra attuale situazione bisogna quindi tornare al 2008, alle sofferenze economiche del decennio che è seguito al collasso della Lehman Brothers e alla più grave crisi finanziaria dai tempi della “Grande Depressione”.
Una manciata di dati statistici ci dimostra come l’Italia se la sia cavata peggio della maggior parte dei Paesi europei e di chiunque altro all’interno della zona euro, con la sola eccezione della Grecia. Gli anni dell’austerità iniziati nel 2011, soprattutto nei Paesi del Sud Europa, hanno contribuito a peggiorare le tendenze recessive dell’economia italiana, e in certi casi possono anche aver prolungato le sofferenze finanziarie. Il problema è che gli italiani, tra il 2008 e il 2018, non hanno risentito solo di una crescita più bassa rispetto alla media europea, ma sono anche stati afflitti da un tasso di disoccupazione cronicamente più alto, e da una crescita della povertà in forte accelerazione rispetto agli altri Stati (tranne la Grecia, of course). I consumi sono stati deboli per gran parte dello scorso decennio, e l’unico volano è stato l’export, cioè la vendita all’estero del made in Italy, che da solo esprime circa un terzo dell’economia nazionale. Il macigno del gigantesco debito pubblico spiega invece la prudenza e la circospezione con cui si muovono i mercati internazionali quando si tratta di investire nel Belpaese.
Ma veniamo ai numeri.
Secondo i dati OCSE, il reddito netto dell’italiano medio in termini reali, ossia tenendo conto dell’inflazione, non è neppure tornato ai livelli pre-crisi: nel 2017 risulta ancora inferiore del 9 per cento rispetto a dieci anni prima. Nello stesso periodo, il reddito pro capite dei tedeschi è cresciuto dell’11 per cento, mentre in Francia e nel Regno Unito è aumentato di 3 punti percentuali, una variazione positiva di poco inferiore a quella della media europea, pari al 4,5 per cento. Tra i 28 Paesi dell’Unione, solo la Grecia ha registrato una performance peggiore di quella italiana.
La produttività del lavoro è un altro dato importante, il tallone d’Achille dell’Italia da ben prima della crisi. Tra il 1995 e il 2017 è cresciuta in media di uno striminzito 0,4 per cento annuo, rispetto all’1,5 per cento della Germania e del Regno Unito, l’1,4 per cento della Francia e l’1,6 per cento dell’Unione europea. Peggio, neanche a dirlo, c’è solo la Grecia. Tra il 2000 e il 2017, la produttività totale è cresciuta nel Belpaese di un punto e mezzo, mentre in Germania, nello stesso lasso di tempo, è aumentata di oltre 18 punti! Il confronto è impietoso. La bassa produttività indica che l’Italia non è competitiva sui mercati mondiali: è svantaggiata perché troppo costosa e inefficiente come base industriale.
E poi, vogliamo parlare di tassazione? La pressione fiscale nello Stivale supera il 42 per cento del PIL, ed è probabilmente destinata a salire con la nuova manovra, nonostante la retorica. Il primo posto spetta tuttavia alla Francia (che ha le tasse sul capitale e sulla casa più alte d’Europa) con il 46 per cento, mentre la Germania è al 37,5 per cento, e il Regno Unito si ferma intorno al 33 per cento. A Roma spetta invece il primato delle imposte sul lavoro, che sono le più elevate tra i 28 Paesi dell’Unione e rappresentano un freno alla crescita, ai consumi e agli investimenti.
Certo, l’Italia destina molte risorse per finanziare il suo sistema di welfare. La percentuale del PIL che dedica allo stato sociale sfiora il 28 per cento, contro una media OCSE del 20 per cento. Meno rispetto alla Francia, la cui quota supera il 31 per cento, ma più della Germania, che dedica alla spesa sociale intorno al 25 per cento del suo prodotto interno lordo. Ancora inferiore è la cifra stanziata dal Regno Unito (20,5 per cento del PIL) e dagli USA (che non arriva al 19 per cento).
Tuttavia, nonostante l’ingente spesa, il sistema del welfare italiano – pesantemente sbilanciato sulle pensioni e poco attento a famiglie, giovani e disoccupati – si mostra inefficace nella ridistribuzione della ricchezza tra i cittadini, visto che l’Italia figura tra i Paesi dell’Unione europea con le disparità di reddito più elevate. Secondo l’Eurostat (che calcola il rapporto tra il reddito totale percepito dal 20 per cento della popolazione con il reddito più elevato, ovvero il quantile più alto, e quello ricevuto dal 20 per cento della popolazione con il reddito più basso, ovvero il quantile inferiore), il Belpaese si piazza sesto nella classifica degli Stati membri con maggiori diseguaglianze, ben lontano dalla Germania (alla quindicesima posizione) e dalla Francia (diciassettesima). Tra il 1995 e il 2013, rileva il World Inequality Report della Paris School of Economics, in Italia la parte di ricchezza nazionale detenuta dal 90 per cento meno ricco della popolazione si è ridotta dal 60 al 45 per cento mentre, nello stesso periodo, il 10 per cento più ricco ha visto la propria quota crescere dal 40 al 55 per cento.
E i poveri? Secondo i calcoli dell’ISTAT, sono oltre 5 milioni gli italiani che vivono in condizioni di povertà assoluta. L’8,4 per cento di una popolazione complessiva di circa 60 milioni di persone. L’Istituto nazionale di statistica calcola l’incidenza della povertà assoluta sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che permettano un tenore di vita minimamente accettabile. Diversa è la metodologia utilizzata dall’OCSE, utile per avere un confronto internazionale, che prende come riferimento per la soglia minima la metà del reddito medio. Secondo tale calcolo, il tasso di povertà in Italia è pari al 13,7 per cento della popolazione. Un dato certamente inferiore rispetto agli Stati Uniti, che guidano l’infame classifica con il 17,8 per cento di persone che si trovano al di sotto della soglia di povertà, ma ben più alto rispetto a quello del Regno Unito (11,1 per cento), della Germania (10,1 per cento) e della Francia (8,3 per cento).
Considerando questi dati, non sorprende certo che il malcontento sociale sia oggi così accentuato.
Sono molti gli indici e le voci statistiche che riflettono l’immagine di un’Italia perdente in Europa e nel mondo. Un Paese incapace, ormai da molti anni, di modernizzare la propria economia, privo della determinazione o dell’abilità di rendere la propria società più equa e giusta, più corretta e trasparente. Il Belpaese ha scelto di ascoltare il canto delle sirene, di seguire i venditori di fumo, i profeti che giurano di rendere l’Italia di nuovo “bellissima”: perché loro, e soltanto loro, hanno la verità in tasca, e potranno quindi creare nuovi posti di lavoro e far ripartire l’economia, portandola fuori dalla recessione e dai debiti. A quanto pare, in questo momento, la maggioranza dell’elettorato mostra di essere sensibile alle promesse di soluzioni facili e semplicistiche a problemi complessi.
Questo è lo sfondo che spiega la crescita e il successo elettorale del populismo oggi. Il punto centrale è l’ingiustizia economica, la sproporzione tra i sacrifici chiesti alla classe media e a quella medio-bassa, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e i super ricchi ingrassano persino di più. Stiamo vivendo un momento decisivo della storia dell’intero Occidente. Improvvisamente, ci siamo risvegliati più arrabbiati, aggravati da sempre maggiori squilibri sociali, terrorizzati dal domani.
La povertà, la disoccupazione cronicamente alta; le fabbriche che chiudono a causa della delocalizzazione; una classe media che si sente minacciata; la paura incombente e costante che i nostri figli avranno una qualità della vita più bassa rispetto a quella che abbiamo avuto noi. La gente normale ha la sensazione che tutti questi problemi stiano peggiorando invece di migliorare, che il Belpaese sia rimasto bloccato e non riesca a uscire dalla paralisi e quindi sia incapace di andare avanti come nazione, come società, come economia. Sono queste le condizioni che hanno permesso ad astuti demagoghi e manipolatori di sfruttare sentimenti come paura e rabbia, risentimento e insicurezza percepiti dalla classe media impoverita e da ampie fasce della società»
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La situazione economica e finanziaria dell’Europa sta pian piano attestandosi intorno ai livelli di cui aveva nozione nei momenti precedenti al manifestarsi della spirale recessiva ovvero, al netto dei benefici di incentivi e cicli di “QE”, di “Quantitative Easing”, ma soprattutto ci mostra un netto rallentamento del mercato visto da tutti come il salvagente globale, la Cina. la scarsità sempre crescente e sempre più rapida di liquidità a livello globale, a causa delle politiche di contrazione monetarie della Fed, ma anche dall’anticipazione di fine del “QE”, di “Quantitative Easing” della Bce, oltre al calo – per ora ancora minimo – degli acquisti della Bank of Japan. Attualmente nell’area euro, il tasso di crescita della fornitura monetaria è ancora sostenuto, attorno al 6,8%, ma ben distante dal 14% registrato al picco dell’espansione nel 2015. Il trend di decrescita non è soltanto destinato a proseguire, ma, soprattutto, ad aumentare di velocità ribassista e magnitudo, più si avvicina il termine del “QE”, di “Quantitative Easing”, mentre non solo la Fed sta alzando i tassi, ma sta anche mettendo a dieta il suo bilancio, scaricando i bond acquistati negli anni e, in questo modo, aggravando il drenaggio di dollari e quindi la loro presenza disponibile sul mercato globale.

La Cina? Nessuna politica espansiva di grande portata all’orizzonte, finora, solo interventi mirati a tamponare l’esplosione delle varie bolle obbligazionarie interne legate al sistema bancario ombra: l’impulso creditizio globale appare un lontano ricordo. Il sistema era abituato all’ abbondanza, anzi alla sovra-abbondanza della liquidità. I fenomeni da cui sono condizionate le negoziazioni e le contrattazioni di Borsa, i cali ed i guadagni e l’aumento dell’instabilità e della frequenza di questi picchi sono determinati dalla mancanza di liquidità, fattori da cui sono enfatizzate le reazioni inerenti ai livelli dei volumi ed ai meccanismi automatici, ovvero sempre più frequenti e di più ampia portata definiti “margin calls” e “short squeezes”, fenomeni legati alla necessità di chiudere le posizioni a qualsiasi prezzo, di fatto, con una caccia al contante allo stato puro.

Il sostegno delle banche centrali va via via diminuendo e parlando della difficile situazione dell’Eurozona, Aldo Giannuli ha scritto che «La crisi del 2008 ha travolto l’equilibrio del sistema economico-finanziario: La molta liquidità delle banche centrali (Fed e Bce in testa) ha fermato il crollo per impedire un effetto di reazioni a catena, ma il tentativo è riuscito solo parzialmente ed è tutto da dimostrare che gli equilibri potranno essere mantenuti e gestiti fra pochi mesi», quando finirà il “QE”, il “quantitative easing” e soprattutto quando il mandato di Draghi alla Banca Centrale Europea terminerà e saranno dettate le nuove politiche e le nuove discipline dal Presidente della Banca Centrale Europea quando si insedierà. Dopo un decennio in cui i valori indicati nei bilanci delle grandi banche centrali erano aumentati in termini di aggregato da meno di 10mila e oltre 25mila miliardi di dollari – fino a un terzo del prodotto lordo del mondo, a determinarne l’inizio, le scelte restrittive delle banche centrali dell’Unione europea, Stati Uniti, del Regno Unito e del Giappone: «Pur muovendosi con gradualità e partendo da zero, la Fed ha già alzato i tassi sei volte dal 2015 e soprattutto ora sta restringendo il suo bilancio al ritmo di 50 miliardi al mese. A gennaio la Banca centrale europea smetterà di creare sempre nuova moneta in più con gli acquisti di mercato del “QE”, del “quantitative easing”, mentre anche la Banca del Giappone tende verso un graduale rallentamento degli interventi».

E questo è un fatto importante, un sintomo della potenziale crisi di cui dovrà essere considerata l’entità, al tempo stesso, come non secondario elemento determinante: innalzando i tassi i governatori delle banche centrali puntano a frenare il circolo vizioso della speculazione borsistica alimentata dai bassi tassi di interesse, ma rischiano di ritrovarsi a corto di liquidità nel momento in cui l’economia internazionale si trovi costretta a mediare con una nuova recessione. Attualmente nell’area euro, il tasso di crescita della fornitura monetaria è ancora sostenuto, attorno al 6,8%, ma ben distante dal 14% registrato al momento in cui fu determinato il picco dell’espansione nel 2015 e l’andamento del livello di decrescita non è soltanto destinato a proseguire, ma soprattutto, ad aumentare in termini di entità quanto alla misura determinata per il ribasso e per la magnitudo, più si avvicina il termine delle politiche del “QE”, del “quantitative easing”, mentre non solo i vertici della Fed stanno alzando i tassi, ma stanno anche diminuendo i valori stimati ed iscritti nei bilanci, alienando i “bond” acquistati negli anni e, in questo modo, aggravando il drenaggio di dollari e quindi la loro presenza disponibile sul mercato globale.

La crisi commerciale tra Stati Uniti e Cina, il tracollo delle valute delle economie considerate “emergenti” dell’Argentina, dell’Iran e della Turchia, l’innalzamento dei tassi da parte della Fed ed il conseguente drenaggio dall’economia globale di miliardi di dollari in valuta, il termine delle politiche del “QE”, del “quantitative easing” in Europa e l’insostenibilità dei debiti “corporate”: nelle scorse settimane l’economia globale è stata interessata da ripetute ondate di incertezza concretizzatesi in un’accelerazione della volatilità nei mercati borsistici globali, che ha iniziato a far palesare i timori riguardanti lo scoppio di una nuova, gravissima crisi finanziaria nel medio periodo e se i fattori sopra citati sarebbero i potenziali determinanti di una nuova, pericolosa situazione di precarietà e di instabilità, è giusto chiedersi se, di una potenziale nuova crisi, esistano i detonatori e i sintomi iniziali quindi analizzarli.

In entrambi i casi, purtroppo, la risposta è corretta. Sul primo versante la difficile gestione ed amministrazione dei debiti aziendali dei colossi industriali dovuta alle pesanti situazioni economiche e finanziare ed alle perdite dei risultati sono state aggiunte alla precaria condizione di gruppi bancari da cui in poche settimane sono stati bruciati un terzo del valore capitalizzato, per non parlare dei due più importanti “malati d’Europa” per eccellenza, i due principali gruppi bancari tedeschi, “Deutsche Bank” e “Commerzbank”, lo sfondamento della soglia del trilione di dollari in termini di capitalizzazione da parte dei colossi della tecnologia aveva segnato questa fase di euforia che, evidentemente, non poteva durare anche per tutto il 2018. E così, a partire dall’estate, i mercati finanziari globali hanno iniziato bruscamente a sgonfiarsi. Un po’ per questioni fisiologiche, volte a garantire un alleggerimento capace di fugare i rischi di una nuova batosta finanziaria, un po’ per ragioni strutturali: le banche centrali, restringendo i loro “QE”, i loro “quantitative easing”, hanno sottratto notevoli quantità di denaro in termini di disponibilità. In prima fila si è posta la Fed statunitense che, pur in maniera non ottimale, apparsa autoreferenziale agli occhi dell’amministrazione Trump, ha proceduto così a un graduale aumento dei tassi di sconto sul denaro.

Infine, anche la piazza finanziaria di Milano ha seguito il resto delle borse europee nella flessione generalizzata da cui queste sono state contraddistinte negli ultimi mesi. Risulta impossibile prevedere quando la “correzione” in atto nei mercati avrà fine e quali saranno le conseguenze per la finanza, da leggere in combinato disposto con le altre dinamiche dell’economia internazionale determinate dalla guerra commerciale fra gli stati Uniti di America e la Cina, dal crollo delle valute dei Paesi “emergenti” dell’Argentina, dell’Iran e della Turchia dal termine delle politiche del “QE”, del “quantitative easing” in Europa ritenute da alcuni osservatori attenti potenzialmente devastanti.

L’esponente dell’ala libertaria del Partito Repubblicano ed ex candidato alla nomination presidenziale Ron Paul teme che la “correzione” attualmente in atto nelle borse globali possa polverizzare fino al 50% del valore in esse capitalizzato. Parlando alla Cnbc Ron Paul ha infatti dichiarato di ritenere che presto la volatilità che contraddistingue i mercati finanziari dimostrerà di «non essere solo una pausa nel mercato rialzista», portando a una massiccia fuga di investitori «potenzialmente peggiore di quella del 1929». Paul è aspramente critico degli effetti del “quantitative easing” statunitense, che a suo dire avrebbe causato la «bolla più grande della storia dell’umanità», sebbene sul suolo americano gli effetti per l’economia reale di dieci anni di espansione monetaria siano stati maggiori rispetto a quanto riscontrato in Europa. L’amministrazione Obama ha messo in campo, a prezzo di costosi incrementi del deficit federale, politiche di espansione del bilancio pubblico che hanno permesso una lotta a tutto campo alla disoccupazione di cui oggi si vedono gli effetti ma, come visto, l’altra faccia della medaglia è stata rappresentata dalle turbolenze finanziarie determinate sui mercati.

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina rappresenta un fattore di instabilità non secondario, ma nella gran parte dei casi ha agito più come generatrice di aspettative di diverso segno nei mercati piuttosto che come fattore di influenza concreto. «Perché ogni evento che riguarda Stati Uniti e Cina, come l’arresto della figlia del fondatore di Huawei, crea tracolli così violenti nelle Borse?», si chiede Il Sole 24 Ore. «Le risposte plausibili sono tre. Uno: a pesare più delle tariffe è l’incertezza che lo scontro Usa-Cina crea. Due: il timore è che la guerra commerciale sia solo la punta di un iceberg di una battaglia più profonda tra le due super-potenze. Tre: i mercati hanno un malessere di fondo e, dopo anni di rally, ormai cercano solo un pretesto per sgonfiarsi» a cui ciò va aggiunto il rafforzamento del dollaro, che apprezzandosi è diventato una sorta di “bene rifugio” ed ha contribuito a drenare risorse da Paesi emergenti come Turchia, Argentina, Nigeria.

Ciò mette sotto tensione i mercati europei. «Il problema principale per le economie europee, in questo contesto, è il fatto che numerosi istituti creditizi continentali hanno, in passato, erogato prestiti facili nei Paesi emergenti (come dimostrato dall’alta esposizione debitoria della Turchia) e che le condizioni di economia aperta in cui l’Eurozona si trova la esponga maggiormente alle turbolenze internazionali. La fine dell’espansione monetaria decretata dalla Bce attraverso il “quantitative easing” nel 2019, in questo contesto, aggiunge elementi di incertezza: se la fuga di capitali dai mercati emergenti dovesse continuare, gli investitori europei potrebbero segnalare la volontà di un cambio di politica monetaria al successore di Mario Draghi a Francoforte attraverso manovre destinate a incrementare gli spread tra i diversi debiti pubblici».

Di conseguenza è da considerare particolarmente allarmante la denuncia lanciata di recente da Bankitalia in un report recente, in cui si segnalava il rischio connesso alla presenza nei mercati finanziari europei di 6.800 miliardi di titoli in gergo tecnico chiamati di “Livello 2” e di “Livello 3” e nel linguaggio più popolare “titoli tossici”. Crediti deteriorati, derivati speculativi e titoli ad alto rischio che per il 75% sono in pancia a istituti francesi o tedeschi, strumenti e titoli finanziari ed economici, fa notare il giornalista su “Il Sole24Ore”, «spesso complessi e opachi, per i quali non esiste un mercato di riferimento che stabilisca un prezzo: non avendo un valore certo, dunque, le banche li iscrivono nel bilancio a un prezzo ricavato o dal confronto con titoli simili (nel caso del “Livello 2”) oppure da complessi calcoli matematici (nel caso del “Livello 3”). Insomma: una montagna da 6.800 miliardi di euro è iscritta nei bilanci a valori opinabili e non verificabili da parte della Vigilanza».

Benedetto Loprete