Il conflitto in Etiopia nella regione del Tigray. Criticità della situazione in essere ed il degrado del conflitto e della situazione umanitaria.

AFFARI INTERNAZIONALI.
AFRICA. ETIOPIA.
Tigray, l’esercito di Abiy avanza ma non sfonda. E il capo dell’Oms respinge le accuse.

Tratto da:
Il Manifesto.

Etiopia. Il governo di Addis Abeba annuncia la conquista di Shire, Adigrat e Axum. Proseguono i raid con i droni che avrebbero fornito gli Emirati Arabi Uniti. Ghebreyesus nega di appoggiare il Tplf: «Io da una sola parte, la pace».

Una vecchia legge del giornalismo suona più o meno così: «Il primo che dà la notizia ha ragione, gli altri devono provare a smentirla». Stavolta la smentita spetta a Tedros Adhanom Ghebreyesus potente capo dell’Organizzazione mondiale della sanità, accusato dal governo etiope di sostenere dal punto di vista diplomatico e militare (rifornimenti di armi), l’esercito del Fronte di liberazione del Tigray (Tplf) nel conflitto in corso nella nella regione. Il generale Berhanu Jula, capo di Stato maggiore dell’esercito etiope, non ha tuttavia fornito alcuna evidenza.

In un comunicato Ghebreyesus dichiara di «stare da una sola parte, la pace» e di essere «triste per ciò che accade nella mia casa, l’Etiopia». Con l’occasione chiede di «garantire la sicurezza dei civili e l’accesso all’assistenza umanitaria». Il primo capo africano dell’Oms, nominato nel 2017, volto noto da quando è in atto la pandemia da Covid, è stato per molti anni ministro della Sanità in Etiopia come membro del Tplf.

Sul piano militare il governo federale avrebbe conquistato Shire, Adigrat e Axum, ma la marcia verso la capitale del Tigray (Makallè) sarebbe ostacolata dalla distruzione dei ponti messa in atto dall’esercito tigrino. Proseguono anche i bombardamenti soprattutto ad opera di droni che l’Etiopia avrebbe ricevuto dagli Emirati Arabi.

A livello internazionale il consigliere per la politica estera di Joe Biden, Antony Blinken ha dichiarato la sua profonda «preoccupazione per la crisi umanitaria in Etiopia» e ha fatto appello per porre fine ai combattimenti anche se ormai potrebbe essere fuori tempo massimo.

Anche il tentativo di mediazione dell’Unione africana è stato respinto dal governo di Addis Abeba perché in gioco non c’è il Tigray, una piccola regione dove vive solo il 6% della popolazione etiope, senza particolari risorse naturali, il fulcro è secondo il prof. Kassahun Melesse della Oregon University il controllo dell’economia dell’Etiopia, delle sue risorse naturali e dei miliardi di dollari che il paese riceve ogni anno dai donatori internazionali (in media, circa 3,5 miliardi di dollari all’anno solo di aiuti). Il Tplf ha controllato per quasi tre decenni questa ricchezza finché non è diventato premier Abiy Ahmed.

C’è poi il tema della proprietà della terra che per la Costituzione etiope è pubblica, il governo può darla in concessione (i piccoli agricoltori posso accedere gratuitamente) e questo ha dato negli anni un potere decisivo ai funzionari pubblici, che hanno affittato a grandi società milioni di ettari (le stime indicano 4 milioni, circa la superficie della Svizzera) accumulando miliardi di dollari nel processo. Last but not least prima dell’ascesa al potere di Abiy Ahmed, tutti i responsabili dell’intelligence e i capi militari provenivano dal Tplf (o erano membri dell’ala militare del partito durante la lotta armata contro Mengitsu).

Secondo Kassahun il Tplf interveniva anche direttamente nella selezione dei capi delle maggiori religioni, che considerava strumenti di controllo sociale (es. durante il governo del Tplf, entrambi i patriarchi della Chiesa ortodossa etiope provenivano dal Tigray).

Il governo di Abiy ha sistematicamente smontato il meccanismo di potere del Tplf oltre che con l’estromissione dei suoi funzionari dai ruoli chiave anche con importanti privatizzazioni (es. Ethio Telecom, Ethiopian Sugar Corporation) e con l’introduzione di nuove banconote che hanno avuto come esito il congelamento di molti conti bancari e reso carta straccia il contante sopra i 35 mila euro.

La guerra è conseguenza delle difficoltà di transizione democratica del potere in Etiopia (e in Africa in generale), i cambiamenti si fanno al suono delle armi, per questo non c’è mediazione che tiene.

La marcia verso Mekallè da parte dell’esercito etiope intanto prosegue, ma un esito è già chiaro: «La guerra è una cosa malvagia, fa sì che i fratelli combattano fratelli e i padri combattano i figli e ne abbiamo già viste troppe in Etiopia» ha dichiarato Aba Gebremichael, un monaco cristiano ortodosso.

********

AFFARI INTERNAZIONALI.
AFRICA. ETIOPIA.
Etiopia sull’orlo della guerra civile: il Nobel per la pace ordina i raid aerei. Il premier Abiy e l’offensiva militare per piegare i leader del Tigray. L’analisi dello storico Uoldelul Chelati Dirar: «Rischi d’implosione per lo Stato etiopico e per l’intera regione».

Tratto da: Il Corriere della Sera.

Mentre il mondo guarda da un’altra parte, l’Etiopia è con un piede dentro la guerra civile. Abbiamo chiesto allo storico Uoldelul Chelati Dirar, esperto di Corno d’Africa e docente di Storia e Istituzioni dell’Africa all’università di Macerata, di inquadrare la crisi che sta vivendo un Paese di oltre 100 milioni di abitanti guidato da un premier, Abiy Ahmed, che nel 2019 è stato insignito del premio Nobel per la Pace. Un giovane politico che nel 2018 si presentò al mondo con queste parole: «La pace è la casa comune, e la porta d’entrata è una sola». Lo direbbe anche oggi, mentre si combatte nella regione settentrionale del Tigray? Le vittime si contano a decine. Abiy ha rimosso il ministro degli Esteri, il capo delle Forze Armate e quello dell’intelligence dandone annuncio via Twitter, senza fornire spiegazioni. L’allarme dell’Onu: 9 milioni di persone rischiano di restare intrappolate nei combattimenti o di essere costrette a lasciare le proprie case.

Che cosa sta succedendo in Etiopia?
Venti di guerra civile sembrano incombere minacciosi gettando il Paese in una situazione di pericolosa tensione con rischi gravissimi per l’intera regione. La situazione già tesa per via del mancato svolgimento delle elezioni generali previste per lo scorso agosto e la decisione dello Stato federale del Tigray di procedere unilateralmente con proprie elezioni, è rapidamente deteriorata negli ultimi giorni».

Che cosa ha fatto precipitare la crisi?
La decisione del Parlamento federale di interrompere tutti i ponti con l’amministrazione dello Stato federale del Tigray e la reazione del governo del Tigray di rifiutare la presenza del comandante militare del Comando Nord inviato dal Governo centrale e di chiudere il proprio spazio aereo a qualsiasi velivolo. Infine, fonti governative parlano di un attacco da parte di forze tigrine a basi militari dell’esercito federale, ma mancano al momento riscontri ufficiali.

Che notizie arrivano dal Tigray?
«Dallo scorso martedì sera l’intera regione del Tigray è isolata e non raggiungibile telefonicamente, i servizi di accesso a internet bloccati e l’erogazione di corrente elettrica sospesa. Il governo federale ha inoltre dichiarato sei mesi di stato di emergenza in tutta la regione e il Primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato l’avvio di operazioni militari per domare la ribellione del Tigray. Sono in corso combattimenti e sembrerebbe che l’aviazione etiopica abbia bombardato alcune postazione militari in Tigray».

Chi sono i contendenti di questo conflitto?
In questa crescente tensione i contendenti sono da un lato il Primo Ministro Abiy Ahmed, capo del Governo Federale etiopico e leader del nuovo Partito della Prosperità, e dall’altro l’amministrazione dello Stato federale del Tigray guidata dal Tigray People Liberation Front (TPLF), l’organizzazione che è stata l’artefice principale della caduta, nel 1991, della dittatura militare guidata dal Colonnello Menghistu Haile Mariam e che, fino al 2018, ha controllato continuativamente il governo federale».

I motivi di questa divisione?
«Dopo la nomina a primo ministro di Abyi Ahmed si è assistito a un continuo crescendo di tensioni tra lui e il TPLF. Alla base c’è l’inconciliabile differenza su quale debba essere il progetto per il futuro dell’Etiopia. Da un lato vi è la prospettiva di federalismo etno-linguistico fortemente voluta dal TPLF e ratificata dalla Costituzione del 1994; dall’altro lato la prospettiva del cosiddetto medemer (sinergia in lingua amarica) teorizzata da Abiy Ahmed che, di fatto, propone un superamento del modello federale e prospetta il ritorno a modelli costituzionali più centralizzati. La strategia del medemer si è tradotta in un turbinio di cambiamenti nella vita sociale e politica del Paese».

Cambiamenti in positivo?
«Alcuni di questi cambiamenti hanno generato una grande speranza tra la popolazione etiopica e gli osservatori internazionali. Basti ricordare la liberazione di migliaia di prigionieri politici, l’autorizzazione al rientro in patria di oppositori rifugiatisi all’estero, la denuncia dell’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza e l’enfasi sulla necessità di dare visibilità politica ed economica alle donne».

E poi c’è stata la distensione con il grande nemico della porta accanto, l’Eritrea…
«L’evento più significativo è stato indubbiamente l’annuncio a sorpresa — nel 2018 — dell’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti tra Etiopia e Eritrea, che erano di fatto sospesi da venti anni. Paradossalmente è stato proprio l’avvio del processo di pace con l’Eritrea ad innescare un rapido deterioramento dei rapporti tra il Primo Ministro Abiy Ahmed e il TPLF».

Perché?
«Da un lato l’avvio del processo di pace, per quanto approvato, è stato percepito da parte della leadership del TPLF come un colpo di mano in quanto non aveva visto un coinvolgimento attivo del Tigray, di fatto lo Stato federale con la maggior parte di confine condiviso con l’Eritrea e il più direttamente coinvolto nella tragica guerra del 1998-2000. A peggiorare la situazione si è aggiunto il rapido avvio di strette relazioni tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente eritreo Issayas Afewerki, con numerosi scambi di visite tra i due capi di Stato».

Come hanno reagito i dirigenti del Tigray?
«Il consolidarsi dei rapporti tra i due capi di Stato è stato visto dalla leadership del TPLF come il segnale di una strategia mirata a marginalizzarli politicamente dopo che per più di un ventennio il TPLF è stato il principale attore politico sullo scenario etiopico e l’artefice della grande trasformazione economica e sociale. Le dichiarazioni del presidente eritreo Isaias Afewerki non hanno certo contribuito a dissipare queste preoccupazioni. Nel discorso con cui dichiarava di accettare la proposta di pace del governo etiopico, Isaias aveva parlato di un “game over” per la leadership tigrina, mentre in un’intervista dichiarava esplicitamente di non poter rimanere spettatore passivo dinnanzi all’evolversi della situazione politica etiopica. Sembrerebbe quindi che lo Stato dell’Eritrea si configuri sempre più come un ingombrante convitato di pietra all’interno del pericoloso evolversi della crisi etiopica».

Quali sono i rischi per l’Etiopia?
«Indubbiamente la crisi è innanzitutto una questione etiopica, legata alla messa in discussione degli assetti federali ed alla ridefinizione degli equilibri di potere tra le varie forze politiche. Se non viene fermata in tempo, l’attuale crisi potrebbe innescare un’ulteriore frammentazione politica lungo linee etniche dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente inquietanti, come dimostrato anche dal recente episodio che ha visto l’uccisione nello stato federale dell’Oromia di decine di civili di origine Amhara».

E i pericoli per la regione?
«Si tratta di una crisi complessa, che si dipana su più livelli e che, se non fermata, potrebbe destabilizzare l’intera regione del Corno d’Africa, azzerando i faticosi processi di crescita economica e di trasformazione sociale avviati negli ultimi trent’anni. L’Etiopia sta da tempo perseguendo una strategia di leadership regionale che l’ha portata a svolgere un ruolo centrale in numerosi scenari di crisi dalla Somalia al Sudan. Inoltre la nuova inedita alleanza tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente Isayas Afewerki sta portando a tensioni e irrigidimenti da parte di vari esponenti politici della regione che denunciano quello che per loro è un progetto egemonico destinato a comprimere e irrigidire gli spazi politici nazionali».

Poi c’è la crisi della diga sul Nilo…
«Ecco un’altra questione particolarmente spinosa che agita gli equilibri regionali: il progetto ormai in fase di conclusione della cosiddetta Grand Ethiopia Renaissance Dam (GERD). Avviato dal ex primo ministro Meles Zenawi, il progetto di questa grande diga sul Nilo è destinato a risolvere il problema del crescente fabbisogno energetico etiopico ma è fortemente osteggiata dall’Egitto ed è vista con preoccupazione dal Sudan».

Trump ha detto di recente che l’Egitto potrebbe bombardare la diga…
«L’Egitto ha ripetutamente espresso la sua ostilità al progetto che considera una minaccia alla propria sopravvivenza e alla sua produzione agricola, ed ha esplicitamente minacciato la possibilità di ricorrere all’uso della forza per arrestarlo. In questo l’Egitto sembrerebbe godere dell’appoggio dell’amministrazione americana uscente, il che complica ulteriormente uno scenario già particolarmente intricato».

Che cosa è necessario fare per fermare la crisi nel Tigray?
«È urgente l’intervento della comunità internazionale per cercare di incoraggiare una soluzione negoziale che allontani lo spettro di un devastante ritorno della guerra in una regione che è stata già a lungo martoriata. Le voci della ragione devono trionfare sull’irragionevole ricorso alle armi».

Il mondo è distratto dalla pandemia e dall’esito delle elezioni negli Stati Uniti. Quali sono le sue previsioni?
«Il primo ministro Abiy è stato insignito del Nobel per la Pace ma ora sta utilizzando con un una certa spregiudicatezza la forza delle armi invece di cercare una mediazione, magari ricorrendo a organismi regionali. L’impressione è che il suo progetto fosse di realizzare un blitz chirurgico per rimuovere l’attuale leadership del TPLF e sostituirla con amministratori in sintonia con la sua linea politica. Fallito il blitz la prospettiva è di un braccio di ferro militare inteso a rafforzare le reciproche posizioni. Per entrambi i contendenti è in gioco la sopravvivenza politica. Tuttavia, è evidente che nessuno potrà uscire vincente da un protrarsi dei combattimenti. La soluzione non potrà che passare attraverso un tavolo di negoziati. In caso contrario, il rischio più immediato è l’implosione dello Stato etiopico, già destabilizzato da drammatiche lacerazioni interne, con un catastrofico effetto a cascata sull’intera regione».

********

AFFARI INTERNAZIONALI.
AFRICA. ETIOPIA.
Sabato, 21 novembre 2020 – 11:48:00
Etiopia, il governo respinge le mediazioni e continua l’offensiva nel Tigray. Il governo etiopico ha annunciato la conquista della seconda città del Tigray.

Tratto da:
Affari Italiani.

Il governo di Addis Abeba ha respinto la proposta di mediazione dell’Unione africana (UA) nel conflitto in corso dal 4 novembre nella regione del Tigray, nel nord del paese, con Fronte di liberazione popolare (Tplf). E questo nonostante il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha annunciato che incontrerà “uno ad uno” i tre inviati dell’Unione Africana (UA), ovvero gli ex presidenti Joaquim Chissano del Mozambico, Ellen Johnson-Sirleaf della Liberia e Kgalema Motlanthe del Sud Africa.

“Le notizie che questi inviati medieranno tra il governo federale e gli elementi criminali del fronte sono false. La posizione del governo federale in merito a questa vicenda non è cambiata”, si legge in una nota del governo etiope su Facebook, come riporta “Addis Standard”. Il governo etiopico ha annunciato la conquista della seconda città del Tigray: l’ufficio del premier Abiy Ahmed ha dato notizia della cattura di Adigrat da parte dell’esercito, che adesso si sta dirigendo verso la capitale della regione ‘ribelle’, Makallè.

********

AFFARI INTERNAZIONALI.
AFRICA. ETIOPIA.
L’ambasciatrice di Etiopia Zenebu: “Il capoluogo del Tigray è sotto assedio”. Appello all’Italia e alla comunità internazionale: “Devono sostenere il governo etiope”.

Tratto da: Dire.

ROMA – Il capoluogo Macallè è già circondato e “in pochi giorni” il conflitto con i ribelli del Tigray sarà concluso: così oggi all’agenzia Dire l’ambasciatrice d’Etiopia in Italia, Zenebu Tadesse Woldetsadik, convinta che l’esercito di Addis Abeba stia cercando di tutelare i civili “il più possibile”.

Secondo la diplomatica, “la gran parte delle località” che erano sotto il controllo del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf) sono state riprese dalle forze federali. “L’avanzata è durata già due settimane – dice Zenebu – solo perché c’è stata attenzione al fine di ridurre al massimo il numero delle vittime civili”.

Nel corso dell’intervista l’ambasciatrice rivolge un appello all’Italia e alla comunità internazionale. “Devono sostenere il governo etiope che è impegnato a ripristinare il rispetto della legge e dell’ordine dopo che una base dell’esercito è stata assaltata all’interno del territorio nazionale, un fatto intollerabile”.

Zenebu dice che la responsabilità dell’episodio è stata rivendicata da “elementi incoscienti” del Tplf, che si sono poi spinti fino a bombardare l’Eritrea. “Ringraziamo Asmara che finora è rimasta calma” aggiunge al riguardo l’ambasciatrice. “L’Etiopia resta impegnata a proteggere i civili e a ristabilire l’ordine operando in modo selettivo e rispettoso della popolazione del Tigray”.

Oggi le Nazioni Unite hanno chiesto che sia concordata una tregua per consentire la creazione di corridoi umanitari dal e per il Tigray. A causa dei combattimenti, sempre secondo l’Onu, dal 4 novembre almeno 30.000 persone sono fuggite oltrepassando il confine dell’Etiopia con il Sudan.

“GRAZIE DIASPORA PER DIGA SUL NILO!”
Donazioni e fondi per oltre 50 milioni di dollari ma anche competenze e sostegno con condivisione di conoscenze e formazione: questo, secondo l’ambasciatrice Zenebu Tadesse Woldetsadik, il contributo della diaspora dell’Etiopia nel mondo alla realizzazione della “grande diga” sul Nilo.

“Si è trattato di un supporto cruciale, non solo da un punto di vista strettamente economico” sottolinea la diplomatica, in un’intervista con l’agenzia Dire. “Gli etiopi della diaspora in Europa o in America hanno mediamente un buon livello di istruzione e possono contribuire anche sul piano della ricerca”. Secondo Zenebu, “competenze sono state messe a servizio anche per il lavoro tecnico, non da ultimo per l’installazione delle turbine”.

La Grande diga del rinascimento etiope (Gerd), questo il nome dell’impianto, sorge in una regione prossima al confine con il Sudan. Alta 145 metri e lunga due chilometri, una volta ultimata sarà la più grande d’Africa, in grado di produrre a regime 15.000 gigawatt ora di elettricità.

I lavori, cominciati nel 2011 e coordinati dall’azienda italiana Salini, sono costati all’incirca quattro miliardi e 800 milioni di dollari.

Di un ruolo della diaspora si è scritto alcuni giorni fa per manifestazioni di protesta organizzate da cittadini di origine etiope negli Stati Uniti. All’origine della mobilitazione le parole del presidente americano Donald Trump rispetto a una volontà dell’Egitto di “far saltare in aria” la diga. Secondo il Consiglio per l’azione della diaspora etiope (Ceda), “una minaccia del genere nei confronti di un’opera interamente finanziata da poveri dell’Etiopia e il tentativo di impedire a un Paese sovrano come l’Etiopia di utilizzare le proprie risorse idriche costituiscono un ritorno all’epoca coloniale”.

********

AFFARI INTERNAZIONALI.
AFRICA. ETIOPIA.
Addis Abeba lancia l’avanzata decisiva sul Tigray. Si aggrava la crisi umanitaria, decine di migliaia di persone in fuga.

Tratto da: Dire.

ROMA – Starebbe entrando in un’”ultima e cruciale fase” l’offensiva militare dell’esercito etiope nella regione settentrionale del Tigray.

A dirlo è stato il primo ministro Abiy Ahmed, che ieri ha reso noto alla stampa che un ultimatum di tre giorni per una resa imposto al Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf), il partito che controlla la regione, è “scaduto”.

Reperire informazioni dalla zona dove sono in corso i combattimenti rimane molto difficile, a causa dell’interruzione delle linee di comunicazione. Stando a indiscrezioni rilanciate da fonti concordanti, tra le quali l’emittente Al Jazeera, l’obiettivo dell’avanzata finale dei militari etiopi è Macallè, capoluogo del Tigray. I dintorni della città sono già stati attaccata ieri con un raid aereo definito “chirurgico” dalla task force di Addis Abeba che guida le operazioni. Secondo i dirigenti militari, le forze armate hanno inoltre preso possesso delle città di Raya, Chercher, Gugufto e Mehoni, nel sud-est della regione.

Il Tplf ha denunciato che l’esercito etiope ha colpito obiettivi civili facendo diverse vittime. Il movimento ha inoltre affermato che i militari di Addis Abeba avrebbero isolato Macallè distruggendo quattro ponti che la collegano con il resto del Paese. Si aggrava intanto la crisi umanitaria, che l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ha già definito “su larga scala”. Secondo l’organismo dell’Onu, sarebbero già almeno 27.000 le persone fuggite nel vicino Sudan.

********

AFFARI INTERNAZIONALI.
AFRICA. ETIOPIA.
Gli scontri. L’Etiopia in guerra: sarà la Jugoslavia d’Africa? Cosa sta succedendo in Tigray. L’Etiopia e il conflitto in Tigray. L’attacco del premier Abiy a un anno dal Nobel. Profughi e vittime. Il monito di Oslo.

Tratto da: Il Corriere della Sera.

«Abbiamo preso il bambino e siano scappati sotto le bombe. C’erano tanti morti. Siamo arrivati coperti di polvere, senza niente». Taharsta Mahya racconta la fuga dalla «guerra invisibile» del Tigray, 6 milioni di abitanti, uno spicchio di Etiopia passato nel giro di due settimane da grande esportatore di sesamo a esportatore di profughi. Come Mahya, oltre 32 mila persone sono fuggite in Sudan. Metà dei rifugiati ha meno di 18 anni. «Molti adulti sono bancari, medici, professionisti, gente che stava bene», racconta alla Reuters il responsabile locale dell’Unicef. Ne arrivano ogni giorno, nel campo improvvisato di Oum Rakoba. Unica proprietà, i vestiti che indossano. «Vivo sotto questo albero, dormo per terra», dice Yohannes Gor, 28 anni, fuggito da Humera. «Ho perso i miei familiari». L’Onu prevede un flusso di 200 mila profughi, in una zona del Sudan dove manca tutto.

Rivalità.
Un’altra guerra in Africa. Bombe e miliziani, ponti tagliati per fermare l’avanzata nemica, raid aerei, le prime notizie di massacri a sfondo etnico, con il machete, denunciati da Amnesty International. E i civili presi nel mezzo. Non nei «soliti» teatri di conflitti dimenticati. Non in Congo, ma nella terra che vanta un premier di pace, nel Paese della crescita economica a due cifre, il faro del Corno d’Africa, l’alleato fedele dell’Occidente, con 115 milioni di abitanti e dieci province disegnate su una faglia di rivalità etniche che si allargano anziché chiudersi. Nodi al pettine, scontri intestini e lontani dai riflettori internazionali.

La pace con l’Eritrea.
Il governo di Addis Abeba dal 2018 è guidato da Abiy Ahmed, l’ex ufficiale della guerra cibernetica che ha avuto l’ardire di fare la pace con l’Eritrea del grande nemico Isaias Afewerki. Giusto un anno dopo l’assegnazione del Nobel, il 4 novembre, all’ombra delle elezioni Usa, Abiy ha lanciato un’offensiva tesa a scalzare la leadership della provincia ribelle (non «i fratelli del popolo tigrino») suoi acerrimi rivali. Secondo diverse fonti, comprese le agenzie umanitarie, le vittime (anche nel «popolo fratello») sono centinaia. Ogni giorno la conta va di pari passo con l’annuncio di nuove conquiste (smentite dai «ribelli», che conterebbero su 250 mila effettivi): «Abbiamo preso Adua e Axum. Ora Adigrat. Siamo a 120 km da Makallè».

Le guerre italiane.
Nomi che rimbalzano familiari dalla toponomastica delle piazze italiane, le vie della cronaca e della storia. Ricordate l’obelisco di Axum, quello che fu trasportato a Roma e che Vittorio Sgarbi non voleva rimandare in Etiopia? E Adua, guerra di Abissinia, la sconfitta del 1896 che l’Italia fascista «vendicò» con l’Impero. La guerra di Etiopia che racconta al mondo anche Maaza Mengiste nel suo «The Shadow King», finalista al Booker Prize. Mengiste sceglie il punto di vista delle donne soldato che come la sua bisnonna sfidarono gli italiani. Ci sono molte foto, nel libro: «Mussolini aveva capito che una guerra si vince anche con le immagini», dice la scrittrice nelle interviste. Viceversa sul fronte opposto, in questo secolo, il premier Abiy pensa di vincere contro i veterani del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) oscurando le immagini, tagliando Internet, la luce e la rete telefonica, riducendo a «questione interna» un conflitto che è già esterno (i profughi in Sudan) e che secondo gli osservatori rischia di riverberarsi nella regione, dalla Somalia su fino all’Egitto.

Come Aung San Suu Kyi?
«Questione interna». Non vuole sentir parlare di cessate il fuoco, il Nobel Abiy. Ieri l’Unione Africana, snobbata dal premier, ha nominato tre inviati per provare a fermare le armi (tra loro un’altra «corona di pace», la liberiana Ellen Johnson Sirleaf). Mentre dalla Norvegia il Comitato per il Nobel si è fatto vivo, cosa rara, con un messaggio ad hoc in cui afferma «di monitorare con apprensione la crisi in Etiopia». Abiy rischia di perdere la faccia come la birmana Aung San Suu Kyi, caduta in disgrazia all’estero su una «questione interna» come la persecuzione dei Rohingya? Parallelo suggestivo, ma un po’ fuorviante. «Il Tigray People’s Liberation Front è il marchio dei vecchi “padroni” di Addis Abeba, l’organizzazione — ha detto al Corrierelo storico Uoldelul Chelati Dirar (qui tutta l’intervista) — che è stata l’artefice principale della caduta della dittatura di Menghistu Haile Mariam nel 1991 e che, fino al 2018, ha controllato il governo federale». Fino all’avvento (incruento) di Abiy Ahmed, sangue oromo e amarico nelle vene, giovane, dinamico e carismatico. Negli ultimi due anni si è assistito a un continuo crescendo di tensioni tra il premier e il TPLF. «Alla base — sostiene Chelati Dirar — l’inconciliabile differenza sul futuro dell’Etiopia. Da un lato il federalismo etno-linguistico volutodal TPLF; dall’altro il medemer(sinergia, in lingua amarica) teorizzato da Abiy Ahmed che prospetta il ritorno a modelli costituzionali più centralizzati». L’Etiopia delle dieci province rischia di diventare la Jugoslavia d’Africa? Sdraiato sotto un albero, Yohannes Gor non ci starà pensando. Bisogna capirlo: non trova la sua famiglia.

********